Venice, la “Venezia d’America” a Los Angeles

Venice, la “Venezia d’America” a Los Angeles

Sono tornata da cinque giorni dal viaggio tra Stati Uniti e Cuba e il jet leg si sta ancora facendo sentire: è che di fusi orari in questo viaggio ne abbiamo attraversati molti, tra California, Nevada, Texas, un piccolo salto in Messico e poi Cuba, prendendo ben nove voli in 18 giorni, considerando anche la tappa pre-partenza a Milano. In pratica un volo ogni due giorni e più o meno un hotel ogni due notti o quasi: l’unica eccezione è stata a Dallas, dove siamo stati per tre notti nello stesso hotel (una manna dal cielo per riposarci e riprenderci!).
Da dove cominciare a raccontare il viaggio? Nel dubbio, ho deciso di andare con ordine e partire dalla prima tappa, ovvero Los Angeles.

Questa è stata la mia seconda volta a Los Angeles: avevo visitato questa città nel 2006, ormai undici anni fa, quando avevo trascorso un mese in California con l’Università per lavorare alla tesi di laurea triennale.
Dopo di allora, e dopo aver già visitato New York e la Florida, per diverso tempo il richiamo degli Stati Uniti non si era più fatto sentire con urgenza, poi quest’anno improvvisamente è tornato e così in meno di tre settimane il viaggio era organizzato!

Venice, la “Venezia d’America” a Los Angeles

In questo post comincerò col raccontarvi di uno dei posti che più mi hanno colpito in questo viaggio a Los Angeles, ovvero Venice, quartiere di LA che occupa quel tratto di costa compresa tra Santa Monica e Marina del Rey.

Welcome to Venice Los Angeles
Welcome to Venice

Venice è un posto di pazzi. Non da pazzi, ma proprio di pazzi. E per questo è stupendo. Ci siamo arrivati dopo aver trascorso alcune ore nella bellissima ma molto più “regolare” Santa Monica e ci ha completamente rapito.
Innanzitutto, sappiate che si chiama Venice proprio in onore della nostra Venezia, infatti Venice fu fondata nel 1904 come la “Venezia d’America” da Abbot Kinney, magnate del tabacco, a cui oggi è dedicata la stravagante Abbot Kinney Boulevard, una delle migliori vie dello shopping “eccentrico” a Los Angeles. L’intento di Kinney fu quello di creare una grande colonia artistica che riproducesse la nostra Venezia, con tanto di canali che si possono ancora vedere, insieme ai pittoreschi cottage che vi si affacciano, nel “Venice Canal Historic District” (per quanto adesso siano ben lontani dai fasti degli inizi e certamente facciano arricciare il naso a chi di Venezia ben conosce quella italiana).

Venice Canal Historic District Los Angeles
I canali di Venice

Tutto ciò vi piacerà molto se, come me, subite il fascino della decadenza: Venice è così, decadente, bohemienne e un po’ kitsch, ma tutt’altro che povera.

I cottage affacciati sui canali, le case di ogni forma e colore nei vicoli interni, i murales artistici del quartiere costituiscono un mix che non può lasciare indifferenti.

Casa Venice Los Angeles
Una casa nel quartiere di Venice a Los Angeles
Murales Venice Los Angeles
Murales a Venice

Il progetto visionario di Abbot Kinney e la Venice degli artisti

Abbot Kinney voleva che Venice diventasse un centro nevralgico di turismo, arte e divertimento, una città ideale che ricreasse l’originale italiano con tanto di gondole, gondolieri, casinò e spazi per il divertimento: Venice divenne in effetti, oltre alla “Venezia d’America”, la “Coney Island del Pacifico”. Il progetto funzionò fino agli anni Venti, poi la Grande Depressione portò l’area in declino, anche perché, data la crescente diffusione delle automobili, molti canali furono riempiti per creare strade e gli altri caddero in rovina a causa della cattiva progettazione che li portò a riempirsi ripetutamente di acqua maleodorante. Paradossalmente, il deterioramento e l’abbandono della zona attrassero ancor di più artisti, poeti e quell’umanità varia che contribuì a fare di Venice un centro culturale, creativo e un po’ new age.

Venice Los Angeles Palazzo Ducale
Notate una certa somiglianza con il Palazzo Ducale di Venezia? E’ una sua riproduzione 🙂

Solo negli anni Ottanta l’amministrazione di Los Angeles ha attuato una politica di recupero del quartiere, che da degradato si è trasformato in luogo di residenza ambito: a Venice negli anni hanno vissuto molti esponenti dell’elite culturale di Los Angeles, tra cui Matt Groening, creatore dei Simpson. Vedere il quartiere in cui ha vissuto ci fa capire tante cose!

Venice Beach e la Venice Boardwalk

La parte di Venice che riserva più sorprese e in cui io avrei potuto passeggiare anche per ore, oppure stare ferma a guardare le persone, è la Venice Boardwalk (“Ocean Front Walk”), i 5 km di passeggiata lungo Venice Beach.

Qua la fanno da padrona i murales e l’odore di erba (in California la cannabis è legalizzata).

Street market Venice Boardwalk
Bancarella lungo la Venice Boardwalk

Passeggiando, vi imbatterete nella “Muscle Beach”, ovvero un’area di spiaggia con palestra “a gabbia” dove si dice abbia sollevato i primi pesi Arnold Schwarzenegger.

Muscle Beach gym
La palestra “a gabbia” di Muscle Beach

Libertà di espressione

Ciò che più colpisce di Venice è la sua umanità folle e variegata, di tutti i colori, le età e le forme: descriverla è quasi impossibile.

Gente che suona strumenti (o oggetti) di ogni tipo, bambini che danzano liberi in strada, ballerini di hip hop, tipi muscolosi che sfrecciano in bicicletta a dorso nudo e lucido di abbronzatura, pattinatori, gente che fa qualunque cosa gli passi per la testa, dal cantare da sola all’improvvisare un concerto, dal fumare erba a lanciarsi con lo skateboard (lungo la Boardwalk c’è anche un enorme skate park).

Artisti di strada Venice Los Angeles
Percussionisti “estemporanei” sulla Boardwalk
Pianista Venice Los Angeles
Un pianista sulla Boardwalk

L’apoteosi è stato vedere un uomo vestito da sposa sfrecciare sui pattini per la Boardwalk cantando, con al seguito a tutta velocità una donna in sedia a rotelle che lo riprendeva con la telecamera, spinta da due pattinatori. Vi assicuro che la scena è stata piuttosto surreale (vedendo le nostre facce attonite un tipo ci ha spiegato che si trattava di un famoso youtuber americano).

A Venice sembra davvero che non ci siano limiti all’estro e all’espressione umana, né fisica né mentale, forse è questo che mi ha così tanto colpito, oltre al suo essere così variopinta. Ognuno fa quello che vuole (fin tanto che non diventa nocivo: abbiamo anche visto due poliziotti che si sono portati via in manette un tipo probabilmente ubriaco che infastidiva altre persone), ma quello che vuole veramente, inteso come quello che in quel momento gli passa per la testa.

Non c’era una sola persona canonicamente “normale” a Venice, nemmeno sforzandosi di cercarla: che fosse un dettaglio dell’abbigliamento, una valigia assurda che qualcuno si trascinava dietro, una pettinatura. Se la normalità esiste (esiste?) questa non sta certamente a Venice.

Non è solo l’idea della libera espressione, è l’impressione che non ci sia uno studio dietro come ci può essere in altri luoghi frequentati da “creativi”: la sensazione è che a Venice nessuno cerchi di dimostrare niente a nessuno, semplicemente le persone “sono” così.
Ed è questo che colpisce.
Mi veniva da chiedermi cosa facessero nella vita queste persone: artisti, attori, guru di qualche disciplina new age? Che tipo di lavoro o attività avessero per poter essere tutti così allegramente spensierati sulla boardwalk in un normale pomeriggio infrasettimanale (in effetti, loro avrebbero potuto chiedersi lo stesso di me).
Rimarrò col dubbio. E con la voglia di tornare a osservare l’umanità di Venice.


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