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Pasqua in Toscana e il mio rapporto col passato

Pasqua in Toscana e il mio rapporto col passato

Riconnettersi col passato

Con il passato ho un rapporto strano: certe cose o persone diventano nella mia testa degli ideali o delle ossessioni, certe altre le rimuovo completamente e faccio quasi fatica a ricordarle.
Sono anche una che non ha mai sentito forte il bisogno di avere “radici” (ho sempre preferito le “ali”). Negli ultimi mesi però sono successe alcune cose che mi hanno fatto provare un gran bisogno di riconnettermi con le mie radici, con tutta la mia storia, senza omissioni. Mi sono resa conto di quanto il passato, che lo si voglia o no, sia importante e di quanto sia importante onorarlo.

Ponte del diavolo Ponte della Maddalena
Il ponte del diavolo di Borgo a Mozzano (Lucca)

Questa Pasqua l’ho passata in Toscana e in famiglia. Avevo l’esigenza di fermarmi non tanto fisicamente quanto mentalmente (sempre che ciò possa risultare mai possibile per una mente iperattiva come la mia).
Mi sono presa alcuni giorni per fare il punto della situazione (di diverse situazioni), ho riflettuto su progetti e relazioni, sul blog e sulla scrittura, sul passato e sul futuro, e soprattutto su quelle che voglio siano le mie priorità.

Perché sì, ammetto la mia colpa: sono sempre stata una frana nel definire le priorità. In un libro sulla produttività che sto leggendo adesso e di cui molto probabilmente avrete sentito parlare, “Getting things done”, l’autore, David Allen, dice che le priorità non si gestiscono, le priorità si hanno. Io a volte faccio lo struzzo, metto la testa sotto la sabbia e faccio finta di non averle certe priorità, ma quelle ci sono e me le ritrovo davanti non appena metto la testa fuori dalla buca che ho creato.

Per questo ho deciso che non posso più aspettare e che devo creare lo spazio da dedicare alle mie priorità, anche se le urgenze e le incombenze quotidiane fanno a gara per usurpare quello spazio: perché la verità è che più ci facciamo assorbire dall’urgente e dalle piccole cose quotidiane, meno riusciamo a dedicare energie ai progetti più grandi che ci fanno crescere e ci portano verso i nostri veri obiettivi, quelli che fanno sentire davvero soddisfatti e realizzati.
Bisogna mettersi in pace col quotidiano, gestirlo, e poi dedicare le nostre energie più vive a ciò che davvero ci accende, e io so cos’è questo per me, ma sistematicamente lo metto sempre in fondo alle mie to do list :-)

La montagna

Comunque, nei giorni di Pasqua sono tornata in alcuni dei luoghi del mio passato.
Non sono un’amante della montagna, nonostante ci abbia passato tanto tempo della mia vita e tanti momenti felici fino quasi ai 18 anni: ciò vuol dire weekend, vacanze invernali e pasquali, parte dell’estate.

Come con molte altre cose con la montagna avevo un rapporto di amore e odio: gli ultimi dell’anno trascorsi lì sono stati i più belli della mia vita (anche perché per il resto sono sempre stati disastrosi, ho sviluppato un odio abbastanza univoco per il Capodanno), ricordo ancora il maestro di sci con cui ho imparato a sciare, le corse pazze sullo slittino d’inverno e sullo skateboard d’estate su certe discese che a vederle oggi mi viene la pelle d’oca, le sciate, le gare di salti sulle cunette con gli sci, un dito rotto che, purtroppo, non posso dimenticare perché non è mai tornato a posto, i borghetti in cui si andava a passeggiare e bere la cioccolata calda, l’unico cinema nell’arco di non so quanti km, le caprette (si, sul serio, le caprette), le vallate, le tartarughe Ninja con cui giocavamo (perché io da piccola amavo quasi più le tartarughe Ninja delle Barbie), l’emporio-edicola che per me era sempre pieno di tesori da scoprire.

bosco di Cutigliano
Il bosco di Cutigliano

Però ho sempre odiato il freddo (ricordo l’incubo di mani e piedi costantemente gelati, il mio corpo sembra non essere fatto per stare sotto certe temperature) e i boschi mi hanno sempre messo una certa malinconia (francamente non necessaria visto il mio temperamento già lunare), perciò non appena ho potuto, diciamo dai 18 anni in poi, ho smesso di andare in montagna, e da allora non ho più fatto nemmeno qualche giorno in settimana bianca, non ho più inforcato gli sci.

Quando chiudo certe porte del mio passato – di quelle parti di passato che non vedo funzionali alla direzione del mio futuro – è un non guardarsi mai più indietro, è un rimuovere quasi senza ricordare (in altri casi invece, beh, ci vorrebbe un escavatore per rimuovere).

Il Ponte del Diavolo (Ponte della Maddalena)

Comunque, nell’ultimo periodo ho avuto bisogno di sviscerare certi rimossi, a partire da certi luoghi (e, spoiler: il processo è tutt’altro che concluso).
Tra i luoghi dove sono stata c’è il Ponte del Diavolo, a Borgo a Mozzano, provincia di Lucca.
Da questo ponte sono passata centinaia di volte andando verso l’Abetone e ogni volta mi affascinava per l’alone di mistero che lo circondava.
Il Ponte si chiama in realtà Ponte della Maddalena, attraversa il fiume Serchio ed è inconfondibile per la sua forma detta “a schiena d’asino”, con le arcate asimmetriche e l’arco più alto molto ripido (supera i 18 metri di altezza).

Ponte del Diavolo Ponte della Maddalena

 

Ponte del Diavolo Borgo a Mozzano
Il Ponte del diavolo e i riflessi delle case vicine nel fiume Serchio

Proprio per la sua forma così particolare la leggenda vuole che sia stato costruito dal diavolo stesso, che si accordò col capo mastro che stava lavorando al ponte ma era esasperato dai rallentamenti dei lavori dovuti alle piene del fiume. Il Diavolo si offrì di completare l’opera in una notte, in cambio però dell’anima della prima persona che avesse attraversato il ponte. Il lavoro fu completato ma l’uomo non sapeva come fare per gestire il patto col diavolo, così si confrontò col parroco del paese e alla fine fu deciso di far attraversare il ponte a un cane. Il Diavolo si infuriò per la presa in giro, prese l’anima del cane e non si fece mai più rivedere. Ma si dice che il cane, un pastore maremmano bianco, ogni tanto si faccia vedere…

Ponte del diavolo schiena d'asino
La forma inconfondibile del Ponte del Diavolo
Ponte del diavolo ferrovia
Sotto una delle arcate del ponte passa una ferrovia

Il Ponte Sospeso delle Ferriere

Un altro posto dove sono voluta tornare è il Ponte Sospeso delle Ferriere, altra struttura architettonica molto particolare.
Si tratta di una passerella pedonale che attraversa il fiume Lima tra Mammiano Basso e Popiglio nel comune di San Marcello Pistoiese (oggi San Marcello Piteglio a seguito della fusione dei due comuni di San Marcello Pistoiese e Piteglio), in provincia di Pistoia.

Il ponte, lungo 212,4 metri, largo appena 80 cm a 36 metri di altezza sul fiume, è costruito con strutture che appoggiano su quattro cavi di acciaio mantenuti in tensione. Nel 1990 fu inserito nel Guinness dei Primati come “il più lungo ponte sospeso pedonale del mondo” (ma nel 2006 il record è passato al Kokonoe Yume Bridge in Giappone).

ponte sospeso delle ferriere
Il ponte sospeso delle ferriere

La struttura, inaugurata nel 1923, fu costruita seguendo l’idea ingegnosa e frutto di profonde conoscenze tecnico-scientifiche dell’ingegnere Vincenzo Douglas Scotti, direttore dello stabilimento metallurgico di Mammiano Basso: il ponte sarebbe servito per il passaggio degli operai che da Popiglio dovevano andare a lavorare sul lato opposto del fiume, che senza il ponte avrebbero dovuto camminare 6 km per raggiungere le fabbriche.

Oggi il ponte non serve più per il suo scopo originario e negli anni ha subito diverse modifiche. In particolare nel 1980 e nel 2004, quando è stato messo in sicurezza e reso più stabile attraverso la sostituzione di cavi, tiranti e passerelle, mentre nel 2014 è stata inaugurata la suggestiva illuminazione notturna.

Ricordo quando percorsi il ponte da piccola, e lo ricordo molto più instabile di come sia adesso dopo i lavori del 2004.
Ciononostante, devo ammettere che attraversare il ponte un certo effetto lo fa anche oggi, soprattutto quando un po’ di vento o qualche simpaticone lo fanno scuotere. I bambini, però, lo attraversavano quasi correndo, senza timori, mentre io filavo dritta evitando di guardare sotto (è anche vero che più si è alti di statura più la sensazione di sospensione aumenta). Comunque, è stata una bella esperienza, una piccola prova di coraggio e di adrenalina che non fa mai male 😉

ponte sospeso San Marcello Piteglio
Uno sguardo al ponte prima di tornare dall’altro lato

Abetone, Piandinovello, Cutigliano

Poi naturalmente sono stata all’Abetone, turisticamente ancora vivace, e a pranzo nella tavola calda dove il menù e le torte fatte in casa sono rimaste invariate, e nel minuscolo paese dove per tanti anni abbiamo passato weekend e vacanze, Piandinovello, con la nostra vecchia casa ancora intatta, con nuovi proprietari e in fase di ristrutturazione, ma con ogni cosa ancora al suo posto. Rendermi conto di come ogni centimetro di quello spazio fosse denso di significato e di ricordi è stata un’esperienza forte. Crescendo tutta questa densità di significati si perde: quando si è piccoli tutto ci sembra grande, tutto assume un senso, dei riferimenti e una magia che da grandi necessariamente si perdono (non sempre, ma è più difficile coglierli, presi come siamo da migliaia di stimoli, e mantenerli così puri e cristallini nella mente e nel cuore).

Un altro posto dove sono tornata è il borgo di Cutigliano, delizioso negli anni ’80 e ’90 (citando la signora che gestisce da poco tempo uno dei bar storici: “Mi hanno raccontato degli anni d’oro di Cutigliano”), oggi molto meno in auge ma ancora carino e rilassante per una passeggiata in tranquillità.

vicolo di Cutigliano
Un vicolo di Cutigliano (Pistoia)
Scorcio Cutigliano
Uno scorcio del borgo di Cutigliano

Vorrei già tornarci, e vorrei dire alla me bambina di non avere tutta quella fretta di crescere, di andare verso altri orizzonti. Il futuro arriva sempre prima di quanto pensiamo mentre il passato vola via veloce.

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